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Da Gelli a Renzi, le modifiche alla costituzione sono opera della P2


Il 4 luglio del 1981, giusto 35 anni fa, la polizia giudiziaria fermava a Fiumicino, dov’era atterrata di rientro da Rio de Janeiro via Nizza, Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, Venerabile Maestro della Loggia massonica Propaganda 2. Nel doppiofondo rudimentale di una borsa da viaggio venivano rinvenute alcune buste contenenti documenti vari, uno dei quali dal titolo Piano di rinascita democratica.

Scriverà nella sua relazione conclusiva Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2: “Non è un documento di intenti che lo possa qualificare come il manifesto della Loggia P2. Piuttosto un piano di azione che, oltre a fissare degli obiettivi, predispone in dettaglio le conseguenti linee di intervento e come tale ne arriva a preventivare perfino il fabbisogno finanziario”.
Lo scandalo P2 era scoppiato il 17 marzo 1981. Quel martedì, i magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, giudici istruttori delle indagini sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli e sul finto rapimento del banchiere Michele Sindona, avevano mandato la Guardia di Finanza a perquisire la residenza di Gelli a Villa Wanda, sulle colline di Arezzo, la fabbrica di materassi Gio.Le di cui il Maestro era proprietario a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, e l’Hotel Excelsior di Roma, dove Gelli era solito ricevere i suoi interlocutori. Negli uffici della Gio.Le venne trovato un tabulato con i nomi di 962 iscritti alla loggia. Nomi importanti, figure di primissimo piano del panorama politico, militare e imprenditoriale e del mondo dell’informazione: ministri ed ex ministri, parlamentari, vertici dei Servizi segreti, prefetti, questori, ufficiali dei carabinieri, dell’Aeronautica, della Marina, dell’Esercito, della Guardia di Finanza, della Pubblica Sicurezza, alti magistrati, banchieri (tra i quali Michele Sindona e Roberto Calvi), imprenditori (anche Silvio Berlusconi), editori (tra cui Angelo Rizzoli, all’epoca editore del Corriere della Sera), giornalisti (tra cui Maurizio Costanzo e Franco Di Bella, quest’ultimo all’epoca direttore del Corriere della Sera). Nomi che l’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, deciderà di rendere pubblici il 21 maggio, con susseguente inevitabile terremoto politico. Lo stesso governo, travolto dallo scandalo, sarà costretto a dimettersi qualche giorno dopo.

Gelli venne colpito da un primo ordine di cattura il 22 maggio, ma riuscì a rendersi irreperibile. Sarà arrestato solo un anno dopo, il 13 settembre 1982, a Ginevra. E fu durante la sua latitanza che venne fermata a Fiumicino la figlia Maria Grazia, con il Piano di rinascita democratica. Secondo la ricostruzione della Commissione sulla P2, il Piano fu redatto tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, gli anni della significativa apertura a sinistra intrapresa da Aldo Moro. Un mutamento che obbligò gli ambienti che gravitavano intorno alla loggia ad elaborare nuove e più sofisticate strategie. In cosa consisteva il Piano? Non in un semplice manifesto propagandistico ma, piuttosto, in un articolato programma d’azione che di democratico non aveva assolutamente nulla, se non l’aggettivo nel titolo, e che prevedeva invece una svolta di stampo autoritario da imporre al Paese attraverso opportuni interventi sui principali settori della vita pubblica italiana: Parlamento, governo, partiti politici, magistratura, informazione, sindacati. Interventi da portare avanti non dall’esterno, in modo violento, ma dall’interno, attraverso la scalata ai vertici del mondo politico, istituzionale e dell’informazione.

E’ innegabile che molti punti sono stati effettivamente realizzati o comunque portati molto avanti nel ventennio 1994-2013, soprattutto per iniziativa di Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) ma non solo, tanto da far dire allo stesso Gelli già nel 2003, in un’intervista a Repubblica: “Dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”. Si pensi alla svolta in senso bipolarista del sistema dei partiti, al disegno presidenzialista, all’idea dei “clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile” sfociata nei club azzurri da cui nacque Forza Italia, ai vari scudi fiscali approvati nella Seconda Repubblica, ai reiterati tentativi di introdurre la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati, agli attacchi all’indipendenza e all’autonomia del Csm, al progetto di dissolvimento della Rai operato con la sciagurata legge Gasparri, all’idea della rete di tivù via cavo che ha portato alla nascita e all’espansione di Mediaset, alla rottura dell’unità sindacale. Tutto già fatto o comunque tentato. Mancava l’ultima parte del disegno piduista, quello orientato allo stravolgimento della Costituzione e del sistema elettorale, ma ci ha pensato Matteo Renzi. Perché là dove non è riuscito Berlusconi, grazie anche all’opposizione ferma del principale partito di sinistra – Pds, Ds, Pd – di parte consistente del mondo dell’informazione e di una larga fetta di opinione pubblica, sta riuscendo l’attuale premier nonché segretario del Pd. Il tutto con la regia evidente e dichiarata di Giorgio Napolitano, prima come Capo dello Stato e ora come Presidente emerito della Repubblica con ancora una chiara e forte influenza su governo e Parlamento. E’ di questo governo l’abolizione dell’art. 18, è di questo governo l’ultimo attacco all’unità sindacale, è di questo governo la riforma per l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, è di questo governo soprattutto la pessima e pericolosissima riforma costituzionale per rovesciare, in combinato con l’Italicum, la centralità del Parlamento a favore di un premierato forte, con un’enorme concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo e del suo capo. Un uomo solo al comando con tutti i rischi che senza gli opportuni pesi e contrappesi questo comporta. Appunto il vecchio disegno piduista, portato avanti senza successo per 20 anni da Silvio Berlusconi. Ora, 35 anni dopo, ci sta pensando il Pd. Resta il referendum d’autunno per fermare questo scempio, per respingere l’ultimo assalto al cuore democratico del nostro Paese. Io voterò NO perché non accetto di cambiare la Costituzione di Calamandrei, Parri e Pertini con la Costituzione di Gelli rivisitata da Renzi, Boschi e Verdini. Mi sento un partigiano della Costituzione e mi batterò sempre in difesa di quel capolavoro di ingegneria costituzionale nato dalla Resistenza e lasciatoci in eredità per costruire un’Italia migliore.

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