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Mattarella al lavoro per il 4º governo abusivo, tra i candidati spunta l’uomo che spaventa tutti

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Il premier apre la crisi con il passaggio al Quirinale. In pole Grasso e Padoan, spuntano Prodi e Delrio. L’affluenza altissima – oltre il 68% – e il peso numerico di quello che è stato un super «No»°° – quasi 20 punti di distacco – sono i due elementi centrali di quella che per Matteo Renzi è una sconfitta epocale.

Non solo politica ma anche e soprattutto personale. Una disfatta che peserà inevitabilmente anche sul futuro del leader del Pd che ha voluto personalizzare il referendum costituzionale, trasformandolo di fatto in un plebiscito su di sé. Un plebiscito che ha perso sonoramente, mettendo forse a rischio anche la possibilità di rientrare a breve sulla scena politica. Sia che si voti a giugno del prossimo anno, sia – scenario meno probabile – che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale nel 2018.

Di certo, c’è che l’esperienza di Renzi a Palazzo Chigi si è conclusa questa notte. A mezzanotte e mezza, per l’esattezza. Quando il premier si è assunto la responsabilità della sconfitta e ha annunciato le sue dimissioni. Già oggi i passaggi formali, prima con l’ultimo Consiglio dei ministri e poi, nel pomeriggio, salendo al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani di Sergio Mattarella. Fino a ieri, in caso di vittoria del «No» il capo dello Stato era comunque intenzionato a rimandare Renzi alle Camere per verificare se avesse ancora o no una maggioranza parlamentare. Una strada che appare adesso piuttosto impervia, sia perché le proporzioni della sconfitta sono tali da non renderla facilmente percorribile, sia perché Renzi ha detto chiaramente di voler passare la mano ad altri. Anzi, i primi rumors raccontano di un leader del Pd che starebbe seriamente meditando un passo indietro anche come segretario del partito.

Il capo dello Stato, però, continuerà comunque a cercare di percorre la via della stabilità. Molto difficile, dunque, che si voti a marzo come chiedono alcuni dalle opposizioni. Più probabile, invece, che si ragioni su elezioni anticipate a giugno (dopo il G7 che si terrà a Taormina il 26 e 27 maggio), con un governo di transizione che si occupi di approvare al più presto la legge di Stabilità. Tra le priorità, infatti, secondo Mattarella c’è da dare subito un segnale di solidità all’Europa, visto che con molta probabilità andremmo incontro a giorni di turbolenze finanziarie e con lo spread in salita. I nomi dei possibili traghettatori sono quelli già fatti in questi giorni: dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al presidente del Senato Piero Grasso, fino alla new entry delle ultime ore Romano Prodi. Una scelta su cui peserà anche quel che vorrà fare Renzi che, in quanto segretario del Pd, avrà comunque l’ultima parola. Non è detto, infatti, che il premier uscente voglia davvero andare al voto a giugno, visto che in soli sei mesi sarebbe davvero difficile recuperare tutto lo svantaggio accumulato nel voto di ieri. E in un simile scenario il nome giusto per Palazzo Chigi potrebbe essere quello di Graziano Delrio, uomo vicinissimo a Renzi. In questo quadro, ovviamente, si profila anche una durissima resa dei conti dentro il Pd, visto che i tanti parlamentari bersaniani che due anni fa diventarono renziani nel giro di una notte benedicendo il killeraggio di Enrico Letta ora sono pronti a seguire esattamente lo stesso schema con Renzi. Non è un caso che già ieri sera si vociferasse di movimenti in corso nei gruppi parlamentari dem.

Non che le acque siano meno agitate nelle opposizioni. A parte i Cinque stelle, infatti, il centrodestra è destinato da qui breve a fare i conti con i due diversissimi approcci che hanno Silvio Berlusconi da una parte e Matteo Salvini e Giorgia Meloni dall’altra. A partire dal sedersi al tavolo per rimettere mano alla legge elettorale. Sarà proprio quello il primo terreno di scontro.


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